4 Novembre 2015
20:10

Elena Sofia Ricci: “Ero dipendente dagli uomini. Se ho subìto violenza? Non ne parlo”

Ha vissuto anni bui l’attrice Elena Sofia Ricci che confessa di essere stata in analisi per anni. Da giovane, era dipendente dagli uomini. Ma quando le si chiede se abbia subìto o meno violenza, preferisce non rispondere.
A cura di Stefania Rocco

Ha festeggiato da poco i 53 anni Elena Sofia Ricci e, se dovesse guardarsi indietro, il bilancio che traccerebbe della sua vita sarebbe certamente positivo. Eppure, la Lucia de “I Cesaroni” ha vissuto anni molto difficili, bui li definisce lei stessa nel corso di un’intervista rilasciata a Vanity Fair. In passato, la donna aveva già reso noto il suo burrascoso rapporto con il padre. Oggi, però, confessa di essere stata dipendente dagli uomini e lascia intendere che, nel corso della sua giovinezza, potrebbe essere stata costretta ad affrontare una delle prove più difficili cui una donna possa essere sottoposta:

Io a 20 anni ero in bilico su quei binari, sono caduta e ricaduta, sui cofani delle macchine, per terra, in letti sbagliati, fra braccia anaffettive. Oggi se mi volto indietro vedo dieci inferni e penso di essere stata molto fortunata a non precipitare del tutto. Se ho subìto violenza? Di questo proprio non me la sento di parlare. Ma sono stati anni bui, quelli della giovinezza. Anni di dipendenze, non dalle droghe ma dalle sigarette, un po’ dall’alcol, molto dagli uomini. Senza un uomo non riuscivo a stare. Ho avuto anche un fidanzato omosessuale. Avevo 19 anni, sono stata la sua unica donna. A quell’età ero un coacervo di psicopatologie, col maschile non avevo un buon rapporto e mi sentivo più al sicuro con un ragazzo come lui.

L’attrice rivela, inoltre, di essere stata in analisi per anni. È solo attraverso la profonda conoscenza di sé acquisita che è riuscita a diventare la donna che è oggi:

Sono stata in analisi per sette anni due volte alla settimana, con il quadernino dei sogni sempre attaccato. Poi abbiamo rallentato, ma non smetti mai del tutto. È una materia che mi appassiona, tanto che ho scritto un soggetto su una psicopatologia e spero di riuscire a farne un film. Mi sono anche avvicinata alla fede, spesso alle omelie sento cose identiche a quelle che emergevano nell’analisi. Per esempio il concetto di accoglienza, di cui parla la Chiesa, è lo stesso che impari in terapia: recuperare l’amore per te stesso, anche nelle parti peggiori, perdonarti, e diventare così in grado di accogliere gli altri che annaspano come te. Io volevo fare la psichiatra, ma poi ho visto il sangue, ho rinunciato e sono passata dall’altra parte: ho fatto la paziente e mi sono appassionata di animo umano. Uno è un percorso sull’anima terrena, l’altro sulla tua spiritualità, e non sono in contrasto.

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