Lo scorso aprile, quando l'Italia era in pieno lockdown, si consumava un acceso scontro a distanza tra Yari Carrisi e Barbara D'Urso. Il figlio di Al Bano e Romina Power aveva scritto in una Instagram story ‘La D'Urso deve morire' e la conduttrice aveva risposto condividendo un commento della sorella Daniela, che era rimasta impietrita dalla frase in questione. Arriva oggi il decreto penale di condanna che dichiara colpevole il Carrisi per aver leso la reputazione e l’onore di Barbara d’Urso mediante l’utilizzo dei social network.

Le spiegazioni di Yari Carrisi

Yari Carrisi provò a motivare il suo gesto e tentò di spiegare il senso di quella frase infelice che era rimbalzata di profilo in profilo finendo sul cellulare della D'Urso in questione. Chiarì che le sue intenzioni malevole e la sua acredine erano rivolte al programma e non alla persona, alla quale non avrebbe mai potuto augurare la morte:

È ovvio che mi riferisco al programma e non alla persona fisica che ha dato il nome al programma. Il tipo di show che non aiuta a vivere meglio ma è cattivo ed ignorante e si approfitta della gente e delle sventure delle persone, ed è ora di relegarlo al passato. Da anni si è propagato in tutte le case d'Italia come un virus, ed è ora di chiudere il flusso negativo che emana. Non è mai stata mia intenzione augurare la morte a nessun essere vivente ma esclusivamente augurarmi/ci la fine di un programma che ritengo dannoso.

I commenti a sostegno del suo pensiero

Purtroppo, spuntarono fuori dei commenti che compromisero la credibilità delle sue motivazioni, sebbene un vero tribunale lo avrebbe dovuto affrontare dopo mesi e non in sede social. Però fu lì, da dove era partita tutta la diatriba, che spuntò chi lo attaccò per l'arroganza con la quale si era permesso di augurare la morte a un'altra persona. Lui stesso rispose a una ragazza che gli diede del ‘paladino della giustizia‘ in modo improprio, accodandosi a chi gli stava chiedendo di vergognarsi, e ribadì la sua posizione: "vergognati tu, il male va sempre combattuto e abolito".