Giorgia Soleri, 25 anni, è una modella e influencer che ha scoperto di soffrire di vulvodinia. Una malattia che colpisce una donna su sette, della quale però si parla ancora pochissimo. Ne ha fatto una battaglia personale perché il suo racconto, intimo e delicato, possa contribuire a combattere la disinformazione su un tema che riguarda la salute delle donne. Perché si possa arrivare ad una legge che riconosca la vulvodinia e che permetta di avere una diagnosi tempestiva e cure adeguate. Giorgia è una donna che si batte per i propri diritti ed è anche, non lo nega, la fidanzata di Damiano dei Måneskin. Ma non permette a nessuno di etichettarla in virtù della sua vita privata: "Resto una donna con un'identità ben precisa, che esiste a prescindere dalle persone che frequenta".

Di recente, per vicende legate al gossip, il web si è chiesto parecchio: "Chi è Giorgia Soleri". Una domanda che è andata di pari passo con l'etichetta "la fidanzata di…". Come ti presenteresti, senza alcun pregiudizio?

Sono una ragazza di 25 anni, che ha avuto svariate passioni ma anche diverse “sfighe". Faccio la fotomodella e nel tempo libero la “femminista guastafeste”. Le mie passioni sono l’arte e la fotografia, sogno di diventare un’imprenditrice culturale. Sono una donna che combatte ogni giorno per i propri diritti e quelli degli altri, ecco, mi definirei così. Mi prendo il compito di “rompere le palle”, di non farmi andare bene, ad esempio, la battuta sessista in gruppo e di portare le persone a riflettere. Si tratta di riprendere il potere del mio corpo e rivendicare la sensualità che mi appartiene. Sono io che decido se e come mostrarlo.

Hai avuto qualche brutto episodio a riguardo che ti ha segnato? 

Mentre andavo ancora a scuola una mia compagna di classe mi ha detto: “Non puoi aspettarti di essere chiamata diversamente, se fai queste foto sei solo una tro*a”. Mi ha molto ferita, avevo solo 18 anni e stavo provando a capire chi volevo essere. Lì ho capito che c’è ancora bisogno del femminismo, che non è solo il diritto al voto o all’aborto. A volte certe parole possono essere davvero subdole.

Poche settimane prima di questa intervista Damiano David, frontman dei Måneskin, ha pubblicato una foto su Instagram portando allo scoperto la vostra relazione. Questo genere di notorietà ti ha infastidita? 

Sarei stupida o ingenua a pensare che la mia visibilità non venga anche da questo, ma io resto una persona con un’identità ben precisa e trovo irrispettoso che in più occasioni mi sia stata tolta. Combatto per temi come quello della vulvodinia da molto tempo prima che venisse fuori questa notizia. Rimango una donna con un nome e un cognome, che esiste a prescindere dalle persone che frequenta nella sua vita.

Durante la finale dell'Eurovision 2021 non hai esitato a mostrare sui social la tua emozione per la vittoria dei Måneskin. Cosa c'era in quelle lacrime? E come hai reagito alle accuse sul presunto uso di droga da parte dei francesi?

In quelle lacrime c'era solo tanta, tanta felicità perché se lo meritano, davvero. Sulle accuse relative al presunto uso di droga è stato fatto un test, la questione è stata considerata chiusa anche dall’Eurovision.

Tornando alla tua storia e alla battaglia contro la vulvodinia, raccontaci come hai scoperto di soffrirne e come hai imparato a gestirla. Purtroppo si pensa che certi problemi femminili siano trascurabili, ma solo chi ne soffre sa fino a che punto può essere invalidante.

La mia storia inizia 11 anni fa, con le prime mestruazioni. Avevo dolori devastanti che mi obbligavano a stare a letto, rimettevo dal dolore. Oltre alla vulvodinia, in seguito, mi sono state diagnosticate anche l’adenomiosi e l’endometriosi. Mi è successo di svenire a scuola e di essere portata a casa in ambulanza. Ho iniziato a fare visite su visite, ma nessuno sapeva dare una risposta al mio dolore. Me ne hanno dette di tutti i colori, che ero esagerata, che ero frigida, che avevo paura del sesso, che dovevo masturbarmi di più. È stato umiliante.

Oltre al dolore fisico, il mancato riconoscimento di una malattia immagino possa causare una sofferenza psicologica e un senso di solitudine…

Sì ed è stata proprio quella la parte peggiore. Ero arrivata a pensare che quella sarebbe stata la mia vita e che avrei vissuto nel dolore, non nego di avere avuto pensieri davvero brutti a riguardo. Durante il lockdown, soprattutto, non avevo distrazioni dal mio dolore, ero obbligata a conviverci. Lì ho capito di dover reagire e ho cercato risposte ovunque su Internet, perché a 24 anni stavo buttando la mia vita dietro a questo dolore. Purtroppo vige ancora il luogo comune per cui le donne debbano convivere la sofferenza. Veniamo considerate troppo emotive, pensano che vogliamo attirare l’attenzione.

Non parlare di questi argomenti non fa che alimentare uno stigma nei confronti donne donne, che ha riscontri negativi anche sul tema dell'occupazione femminile. Un macigno che pesa su una situazione già precaria.

Purtroppo ancora molte donne non vengono assunte nel momento in cui viene chiesto loro se vogliono avere figli. In un contesto come questo, come si può pensare di chiamare il proprio capo e dire di non riuscire ad andare a lavoro perché, ad esempio, si hanno le mestruazioni? Molto spesso dall'altra parte non c’è empatia, né voglia di provare a capire. E questo è dovuto ad una totale assenza di informazione a riguardo. Inoltre, i medici specializzati che lavorano nel pubblico si contano sulle dita di una mano e di conseguenza hanno tempi di attesa lunghissimi, tra gli 8 mesi e l’anno e mezzo. Una persona che soffre non può aspettare questo tempo per una visita, così finisce per rivolgersi a strutture private con costi astronomici, fino ai 400-500 euro. Per questo serve un riconoscimento, per avere accesso ad esenzioni o percentuali di invalidità.

La bella notizia è che pian piano stiamo facendo passi in avanti in questo senso. Lo scorso 7 aprile è stata presentata una proposta di legge per il riconoscimento della vulvodinia. Tra l'altro, sei stata menzionata personalmente alla Camera dall'onorevole Lucia Scanu (Movimento 5 Stelle). Una bella soddisfazione, immagino. 

Quando ho sentito pronunciare il mio nome in Parlamento non potevo crederci,  sono impazzita di gioia. Tremavo, piangevo, ho chiamato tutte le mie amiche dicendo: “Ce l’abbiamo fatta!” Esporsi e raccontarsi in maniera così intima non è semplice, ma ho voluto provare ad aiutare altre persone. Sapere di aver dato il mio piccolo contributo nell’iter di questa legge è stata una grande soddisfazione, spero vada in porto il prima possibile.